No agli ansiolitici per curare l’ansia.

Prendendo spunto da un interessante commento postato, sul blog, da un utente, ho deciso di pubblicare il presente articolo.

Gli ansiolitici (specie benzodiazepinici) servono unicamente ad attenuare, e per un breve periodo, i sintomi (non la malattia) legati all’ansia, sia di tipo sociale, generalizzata o somatizzata. Sono utili solo per attenuare, al bisogno, un eventuale stato di particolare agitazione, in caso di attacchi di panico (solo al bisogno), talvolta nella fase iniziale dell’assunzione della corretta terapia antidepressiva (nelle prime 2-4 settimane), e in pre-anestesia prima di interventi chirurgici.

Fuori da questi casi sono assolutamente sconsigliati, tanto più, sempre e comunque, un loro uso cronico.

Infatti, un loro uso continuato non solo cronicizza la patologia dell’ansia (la quale non viene curata), ma associa, ai sintomi della malattia stessa, tutta una serie di svariati e complessi sintomi da assuefazione e da sospensione (la quale avviene già in corso di terapia prolungata), con il risultato di aggravare e complicare, nel tempo, sia i sintomi, sia la malattia, e rendere più difficoltosa e complessa, sia l’eventuale somministrazione di una corretta terapia in un secondo momento, sia la guarigione dalla stessa.

Gli antidepressivi (specie del tipo SSRI) agiscono sulla causa eziologica -biologica- della malattia ansioso-depressiva (ipersensibilità recettoriale serotoninergica e conseguente -dopo diverso tempo- atrofia neuronale), mentre gli ansiolitici (specie benzodiazepinici), come anche i modulatori dell’umore, (Lyrica, e altri similari), nei riguardi di malattie come ansia e/o depressione, agiscono solo sul sintomo, ovvero aumentano -meramente- il segnale del neurotrasmettitore Gaba -inibitore degli stimoli nervosi…-.
L’effetto dei comuni ansiolitici è, dunque, solo sintomatico e per nulla curativo, in quanto non intervengono minimamente sulle cause neuro-chimiche di queste malattie.
A ciò si aggiunga che, in particolare, nella fattispecie delle benzodiazepine si viene a creare una veloce assuefazione e tolleranza verso il farmaco, con la conseguenza di entrare precocemente in una fase di sintomi da ‘sospensione’ pur con la regolare e cronica somministrazione allo stesso dosaggio.
Ma ciò che è peggio è che possono produrre, nel loro uso cronico, anche danni neurologici, sia temporanei, sia persistenti, in quanto inducono, a lungo andare, una iposensibilità dei recettori gabaergici diminuendo, dunque, la ivi fisiologica risposta inibente e di controllo nei confronti degli stimoli nervosi.
Per cui il vero effetto terapeutico-ansiolitico, dopo del tempo la iniziale e corretta somministrazione, è riscontrabile solo nei confronti dell’antidepressivo, in quanto, questi, normosensibilizzando i recettori serotoninergici (i quali hanno fisiologicamente un’azione stimolatrice e, dunque, si immagini la loro iper-azione stimolante se divenuti ipersensibili) ripristina una corretta azione stimolante nel S.N.C. con la conseguente scomparsa della malattia e dei sintomi a ciò legati.
Per cui si può affermare che l’azione ansiolitica dei comuni ansiolitici è diretta, ma non curativa, in quanto non interviene sui recettori stimolanti divenuti ipersensibili (ma aumentano solo il Gaba che ciò inibisce), mentre l’azione ansiolitica dell’antidepressivo (specie, come predetto, del tipo SSRI) è indiretta, ma curativa, in quanto interviene sui predetti recettori stimolanti riportandoli ad una normale sensibilità…(circostanza, quella della loro ipersensibilità, che è causa della malattia ansioso-depressiva).
Inoltre, la normosensibilizzazione recettoriale serotoninergica (dal SSRI indotta), nel tempo, tenderà a normalizzare anche alcuni neuroni andati incontro ad atrofia per via dell’aumentato metabolismo ivi innescatosi a seguito dell’ipersensibilità dei recettori in oggetto.

Ciò detto, per quanto la psicoterapia, di qualsivoglia tipologia, sia molto utile e fondamentale in tutti i casi (in quanto agente sulle cause ‘emotive’ della malattia stessa), e in alcuni sia finanche del tutto risolutiva, resta il dato chiaro che quando i sintomi sono particolarmente presenti, per l’appunto, la terapia antidepressiva è di assoluta necessità.

Per cui la psicoterapia, a volte, deve ritenersi da sola risolutiva del quanto, altre volte deve però ritenersi solo a titolo coadiuvante alla corretta terapia antidepressiva.

La psicoterapia, ovviamente, è assai utile e fondamentale, in quanto è sempre necessario modificare ciò che, in noi, di emotivamente negativo ha causato o con-causato patologie come ansia e/o depressione.

Se la malattia ansiosa/depressiva non ha ‘biologicamente’ particolarmente coinvolto la ‘sensibilità’ recettoriale, certamente, la psicoterapia, da sola, è in grado, a titolo risolutivo, di portare alla guarigione il paziente, in quanto efficacemente agente sulle cause ‘emotive’ della malattia.
Tuttavia, se la malattia ha avuto dei chiari e rilevanti risvolti neuro-chimici recettoriali nel S.N.C., non si deve dubitare sul fatto che solo l’antidepressivo possa agire in tal senso, ovvero sulla ivi biologia alteratasi…

Bisogna iniziare a comprendere come non sempre, ansia e depressione, possano essere giustificate da mere individuali strutture emotive inadeguate, in quanto, come per molte altre malattie, anche l’aspetto biologico è da considerarsi con un certo rilievo…

Si pensi, ad esempio, al caso in cui per una particolare predisposizione familiare, si abbia ‘biologicamente’ propensione alla malattia, ovvero si abbia -per costituzione- un carente e insufficiente metabolismo del neurotrasmettitore serotonina nel S.N.C. (circostanza che nel tempo porterà biologicamente, e, dunque, successivamente anche emotivamente, ad esprimere la malattia), e questo, al di là dell’aspetto emotivo proprio e individuale…

In altre parole: è certamente vero ed evidente che la propria struttura emotiva può negativamente alterare la neuro-chimica innescando la malattia, come è altrettanto vero ed evidente che una neuro-chimica alterata, per propria propensione a un carente e insufficiente metabolismo della serotonina, può da sola ‘alterare’ l’espressione del proprio stato emotivo…

La malattia ansioso/depressiva ha molte più complessità ‘biologiche’, oltre che emotive, di quanto si possa pensare…
Ecco perché vi è sempre la necessità di rivolgersi a uno psichiatra e uno psicoterapeuta davvero diligenti e competenti che sappiano ‘entrare’ nella vastità del problema…discernendo le peculiarità del caso specifico.

In sintesi, si può affermare che una costante presenza di serotonina nel cervello, indotta dall’antidepressivo (specie del tipo SSRI), col tempo riduce -fino a normosensibilizzarla- l’ipersensibilità dei recettori serotoninergici causata, in precedenza, da una costante insufficienza di serotonina cerebrale…; conseguentemente tenderanno a normalizzarsi anche i rispettivi neuroni (andati incontro ad atrofia per via dell’aumentato metabolismo ivi innescatosi a seguito dell’ipersensibilità dei recettori in oggetto).

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N.B. Stefano Ligorio, in ambito di tematiche mediche, è anche autore di un libro dal titolo: ‘La Strana Malattia: Come prevenire, diagnosticare, e curare, l’ansia (ansia sociale, ansia generalizzata e ansia somatizzata) e la depressione (depressione maggiore e depressione cronica -distimia)’, ma anche di: ‘Il Cancro -Vademecum- (Guida Pratica alla Prevenzione e alla Cura del Tumore Maligno)’.

Stefano Ligorio