Medicina – Il paziente oncologico terminale…

Il malato oncologico terminale.

Nell’eventualità che il paziente oncologico arrivi alla fase terminale della malattia, ciò che rimane fondamentale, e importante -dal punto di vista medico-, è solo il controllo della sofferenza e del dolore, sia psichico, sia fisico, null’altro, in ordine ai comportamenti promuoventi la guarigione, avrà più alcun senso.

Al paziente oncologico terminale, il quale è preferibile rimanga presso il proprio domicilio con i suoi cari (a meno di diversa opportunità o necessità, o che lui stesso non scelga liberamente in diverso modo), non dovrà essere negato nulla, dolci, gelati, e qualsiasi altra cosa possa fargli vivere un momento di ‘normalità’ non dovrà essergli minimamente negato (difatti negargli qualcosa a che servirebbe?), non essendo più in oggetto il perseguimento di una sua eventuale guarigione e, dunque, non si dovranno più tenere in considerazione i comportamenti e le azioni promotrici di ciò che venga appurato mai più ci potrà essere.

In questo eventuale stadio l’unica cosa che dev’essere importante -da parte dei familiari- è dare affetto, conforto, e vicinanza, evitando, nei limiti del possibile e a seconda dei casi, di portare a conoscenza del paziente della sua fine imminente, e ciò per gli ovvi motivi di aggravamento del suo stato psichico-emozionale, il quale va, al contrario, tutelato da qualsivoglia ulteriore angoscia e preoccupazione.

In caso di sua consapevolezza di essere in un percorso di fine vita, bisognerà adottare le opportune cautele del caso, anche, ed eventualmente, con il supporto psicoterapeutico, ma soprattutto non si dovrà ritenere superfluo somministrare una terapia (con particolare prudenza e perizia medica in caso di contestuale somministrazione di oppioidi), rigorosamente a basso dosaggio, di un antidepressivo SSRI (selettivo sui recettori della serotonina), in quanto potenziatori non solo dell’umore, ma anche della propria capacità di metabolizzare eventi traumatici e di addivenire a un auto analisi più coraggiosa nei confronti della paura e dell’angoscia tutta in atto nella consapevolezza di essere in un cammino breve verso la morte.

Difatti, mentre negli ultimi anni, finalmente, non si sta più trascurando di mettere in atto adeguate cure palliative per la sofferenza e il dolore fisico dei malati oncologici terminali, temo, con cognizione di causa, che l’assetto psichico-emozionale dei pazienti oncologici (terminali), e soprattutto di quelli che sono consapevoli della loro imminente morte, sia del tutto trascurato, ove si prevedono solo terapie psicologiche, quando l’evidenza clinica tutta indica che non è minimamente sufficiente, da sola, per riuscire a far elaborare, nel paziente, il gravissimo trauma del sapere di stare per morire.

E’, dunque, necessario, in tali casi, anche il supporto psichiatrico, il quale dev’essere unicamente volto non a mere diagnosi di qualsivoglia tipo (a meno che non ve ne sia una precisa indicazione), ma a stimolare, chimicamente, con un antidepressivo (del tipo SSRI) l’umore e di conseguenza la capacità propria di elaborare il proprio fine vita.

A tal fine, si potranno vedere risultati efficienti, nel senso che tale azione farmacologica indurrà, nel paziente oncologico terminale e ‘consapevole’ (nelle cui condizioni non si trascuri che, molto probabilmente, le circostanze tutte che il paziente avrà per lungo tempo subite in precedenza avranno ridotto l’assetto serotoninergico, ossia inducendo una ‘depressione’, da lieve a moderata, eventualmente, associata a sintomi anche ansiosi), un maggior ‘coraggio’, energia, finanche ‘capacità’ di elaborazione del trauma (uno fra i tanti aspetti peculiari indotti dal neurotrasmettitore serotonina nel sistema nervoso centrale), e una maggiore serenità di vivere e affrontare la più che devastante situazione in essere.

Si riesca a comprendere, una volta per tutte, che la concezione del ‘dolore’ non può, come, del tutto erroneamente, molto spesso accade ancora in queste fattispecie, essere meramente ricondotta solo alla fisicità dei sintomi, in quanto, al contrario, mentre questi, con opportuni farmaci analgesici, possono, fino alla fine, essere adeguatamente trattati, l’angoscia, la paura, e lo ‘spaventoso e profondissimo’ trauma emozionale, conseguenti alla consapevolezza di essere dinnanzi all’imminente proprio fine vita, possono risultare, ai fatti, e specie in alcuni soggetti non particolarmente capaci di elaborazione psico-emotiva, gravissimi sintomi di puro, profondo e ultra devastante dolore, che assai spesso non trovano l’adeguata e conseguente terapia di aiuto, sia essa psicologica, sia essa soprattutto farmacologica (per l’appunto, l’antidepressivo, del tipo SSRI).

In questa fase sarà fondamentale interessare uno specialista in medicina palliativa del dolore con la prescrizione delle terapie a ciò deputate (in genere, opportunamente, tale presenza è garantita dal sistema sanitario nazionale in ambito territoriale, o da associazioni oncologiche), e di operare, se non si è già provveduto in precedenza, una via venosa permanente (un pic) di modo che i farmaci da iniettare siano somministrati sempre nell’unico accesso venoso, evitando di ‘infastidire’, inutilmente, il paziente con continui ‘buchi…’.

Nella fase molto prossima alla morte, la quale in questi casi sempre arriva, prima o poi, a fronte della possibilità che la sofferenza e il dolore psico-fisico non siano più controllabili con la sola terapia specifica, si potrebbe dover giungere a decidere di operare una leggera sedazione terminale, presso il proprio domicilio (quella profonda, che quasi mai si rende necessaria, può essere attivata solo in ambito ospedaliero), facendosi sempre guidare, costantemente, dall’inizio alla fine, dalla competenza del medico palliativista e del suo assistente infermiere.

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N.B. Stefano Ligorio, in ambito di tematiche mediche, è anche autore di un libro dal titolo: ‘La Strana Malattia: Come prevenire, diagnosticare, e curare, l’ansia (ansia sociale, ansia generalizzata e ansia somatizzata) e la depressione (depressione maggiore e depressione cronica -distimia)’, ma anche di: ‘Il Cancro -Vademecum- (Guida Pratica alla Prevenzione e alla Cura del Tumore Maligno)’.

Stefano Ligorio

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